Era il Marzo del 2000, e la Russia aveva un nuovo presidente, il suo nome fu annunciato quasi a sorpresa nonostante fosse stato fino a poco prima, Primo Ministro e poi presidente ad interim come previsto dalla Costituzione dopo l’abbandono di Eltsin. Vladimir Vladimirovic Putin, ex colonnello dei servizi segreti sovietici. A differenza del suo predecessore, Putin lascia intendere che le cose cambieranno. Il monito è riferito soprattutto a quella ristretta cerchia di persone che avevano influenzato pesantemente il primo decennio del dopo URSS. Gli oligarchi. Chi non era disposto a recepire il messaggio poteva anche andarsene, oppure ne avrebbe pagato le conseguenze. Comincia la guerra a quei personaggi che non erano disposti in alcun modo ad abbandonare ogni forma di potere istituzionale acquisito. Una delle direttive impartite dal nuovo corso politico era quello di far rinascere il calcio come fenomeno sociale. Il messaggio era chiaro: visto che avete rubato allo Stato, ora avete il dovere morale di acquistare club di calcio e far appassionare di nuovo la gente. Detto, fatto. Non è un caso se da 10 anni il calcio russo sia cresciuto in notevole misura, guadagnandosi anche l’ingresso nel grande mercato delle tv satellitari e relativi sponsor. Da Abramovich a Fedun e persino Gazprom hanno cominciato ad investire nel calcio ottenendo i risultati sperati non solo con discreti successi sul campo come la vittoria della Coppa Uefa di CSKA Mosca e Zenith di Pietroburgo o la crescita della nazionale russa (nonostante l’eliminazione dalla Slovenia all’ultimo campionato mondiale in Sud Africa), ma anche e soprattutto dal punto di vista sociale, dove milioni di persone si sono ritrovate assieme grazie pure ad una discreta competitività dei club russi coi grandi campioni dell’Europa nella manifestazione della Champions League. Non è un caso se si è fatto di tutto purchè non trionfassero solamente le squadre di Mosca nel campionato nazionale e non è un caso se per 2 anni consecutivi sia stato vinto dal Rubin di Kazan, spodestando il colosso Zenith di proprietà di Gazprom. Kazan, infatti è la capitale della Repubblica autonoma del Tatartsan, la quale fu dopo il crollo dell’URSS una delle tormentate repubbliche a maggioranza di etnia tatara che chiedevano l’indipendenza da Mosca e a differenza della Cecenia era collocata nel cuore della Russia europea, completamente confinante con altre regioni all’interno della Russia e non con Stati che avevano ottenuto l’indipendenza dall’URSS come Georgia, Armenia e Azerbaidjan, nel caso della Cecenia appunto. La Repubblica autonoma del Tatartsan infatti può essere completamente autonoma, essendo ricca di petrolio, costituendo dunque uno spauracchio alle autorità di Mosca per mantenere l’unità nazionale, ma ad un’autorevole politica centrale, si aggiunge anche il calcio a dar man forte alle autorità. Il messaggio è chiaro: Rubin di Kazan campione di Russia, e non c’è bisogno di commentare altro. I punti più importanti a mio avviso sono due, e possono essere interpretati come misure strategiche. Il primo è che ben quattro squadre su sedici che militano nel campionato nazionale russo, provengono dall’infuocata regione del Caucaso settentrionale da sempre uno delle piaghe all’interno della Russia. Esse sono lo Spartak Nalcik (Rep. Aut. Cabardo-Balkarja), Alania Vladikavkaz (Rep. Aut. Ossezia del Nord), Terek Grozny (Rep. Aut. di Cecenia), Anzhy Machkakala (Rep. Aut. del Daghestan), le quattro repubbliche appunto facente parte del Distretto Federale del Caucaso Settentrionale che dal Mar Nero si estende fino al Caspio. Tutte e quattro i club sono difatti inseriti nel massimo campionato di Serie A a competere con squadre di Mosca, San Pietroburgo, Kazan, Samara e anche squadre siberiane. Chiaro e forte è il messaggio anche in questo caso: Voi del Caucaso siete parte integrante della Federazione Russa e come mossa ci sembra molto azzeccata da parte di Putin anche se per riportare la legalità ovviamente serve molto di più ma il tentativo di resuscitare una certa unità nazionale tra musulmani, slavi e tatari sembra funzionare. L’altra mossa strategica è appunto non aver diviso il campionato nazionale in macro aree, data l’enorme estensione del territorio della Russia (17 milioni di Km quadri), come avviene per esempio in Brasile (5 milioni di Km quadri) o negli USA (9 milioni di Km quadri) nella NBA o il Football. Anche questa mossa è completamente rivolta a rafforzare l’unità e l’identificazione nazionale in uno Stato che dopo il crollo dell’URSS viveva ogni momento con l’incubo dell’implosione della convivenza pacifica dei popoli che vivono all’interno della Federazione Russa. Poco importa se lo Spartak Nalcik dal Mar Nero deve sobbarcarsi oltre 2000 km per giocare a San Pietroburgo e addirittura oltre 4000 km per giocare a Novosibirsk in Siberia, occhio al campionato di Serie B dove militano il Chita e il Krasnojarsk, magari in qualche altro anno saranno necessari oltre 6000 km per disputare una partita di calcio nel campionato nazionale, ma se dal punto di vista sociale il meccanismo funziona e riesce ad identificare i vari popoli della Russia, allora va bene cosi e poco importa se lo Zenith o il Rubin non possono ancora competere col Milan, Barcellona e Manchester United o se la Russia non potrà ancora vincere un campionato del mondo.