MOCKBA 1147
Molte e vivaci sono ancora oggi le polemiche sulla Battaglia di Mosca, svoltasi fra il novembre e il dicembre del 1941, e conclusasi con il fallimento dell'attacco tedesco e con una controffensiva generale degli eserciti sovietici. In genere, il memorialismo tedesco del dopoguerra rigetta su Hitler la responsabilità di quella battaglia che si afferma fu decisa dal dittatore nel momento meno adatto e senza una chiara visione delle necessità e delle opportunità strategiche, contro il parere di gran parte dello Stato Maggiore. D'altra parte. anche se l'esito della battaglia diede ragione ai pessimisti dell'Oberkommando e torto a Hitler, non bisogna per questo solo affermare che il Capo della Germania gettò allo sbaraglio, dinnanzi all'imprendibile capitale sovietica, il fior fiore del suo esercito semplicemente perchè nel suo smisurato orgoglio, nella sua immensa ambizione, non voleva che la stasi invernale delle operazioni giungesse senza una vittoria di grandi proporzioni. In realtà, invece, se anche vi erano differenze di idee sull'opportunità di scatenare la battaglia proprio in vista dell'inverno e quando già la neve era caduta sulle pianure russe, tutti allo Stato Maggiore tedesco, davano ormai per spacciato l'esercito sovietico. Ritenevano, cioè, che le truppe di Stanzi, pur essendo in grado di offrire ancora una tenace resistenza, fossero ormai chiuse ad ogni possibilità di ritorno offensivo. Partendo da questa premessa, che poi si dimostrò errata ma che era generalmente condivisa dai capi tedeschi, l'idea di Hitler, tendente ad attaccare Mosca con tutte le forze disponibili, senza dar tregua al nemico finché vi fosse la possibilità di combattere, appare tutt'altro che illogica. C'era è vero il precedente napoleonico, ma Hitler pensava di aver vinto già la sua battaglia, perchè a differenza del grande Corso era riuscito ad agganciare gli eserciti nemici in una serie di gigantesche battaglie di annientamento. Ma i fatti dimostrarono errati questi calcoli. A metà di dicembre, il maresciallo sovietico Zukhov fu in grado non soltanto di respingere i tedeschi sulle posizioni di partenza, ma addirittura di sviluppare una vigorosa azione controffensiva, riconquistando Kalinin, Tula e rompendo il fronte avversario in un vasto, vitalissimo settore al punto da costringere l'alto comando tedesco ad un sollecito ripiegamento di notevoli proporzioni, su tutta la linea affrettatamente costituita in quelle che appena un mese prima erano le lontane retrovie della Wermacht. Si infranse così il sogno dì Hitler di giungere a Mosca prima dell'inverno e si registrò, dopo cinque mesi di continue ritirate, la prima vittoria sovietica. Una vittoria che allora fu giudicata di non determinante importanza ma che la critica postbellica tedesca considera fondamentale premessa della finale sconfitta del nazismo. Cosa non aveva funzionato nel piano di Hitler? Cosa aveva determinato quell'insuccesso che recentemente il maresciallo Kesselring ha definito uno dei tre errori più grandi della guerra? Nulla si può imputare ai generali tedeschi sul piano operativo. Anche se le forze germaniche erano esaurite da cinque mesi di continue battaglie, anche se i rifornimenti e le manovre dei "panzer" erano impacciate dalla neve cioè da un elemento cui i sovietici erano abituati ma che era nuovo per la Wermacht, l'attacco su Mosca fu portato con la massima determinazione e con la tradizionale sapienza tattica dello Stato Maggiore germanico. Era stata invece sbagliata completamente la valutazione di un altro elemento fondamentale: la resistenza sovietica. I tedeschi, come abbiamo visto, credevano di dover fare i conti con gli ultimi resti di un'armata in disfacimento, provata fino all'usura più estrema. Credevano di poterne determinare il collasso e di rovesciare cosi dalle fondamenta l'impalcatura dello stesso regime sovietico. Invece le forze di Zukov si rivelarono di gran lunga migliori, come armamento, come equipaggiamento, come abilità tecnica dei capi e dei gregari, di quelle battute in Ucraina, in Galizia, nei Paesi baltici, nella Bielorussia. Fu questa, dunque, la grande sorpresa della difesa di Mosca: l'esistenza di ampie riserve russe di uomini e di materiali. A tutto ciò si aggiunga il fatto che queste forze furono gettate nella lotta al momento giusto da uno stratega di eccezionale valore, quale il maresciallo Zhukov, e usate sul terreno con una manovra lucidissima che s'impose all'ammirazione degli intenditori dell'Oberkommando. Zhukov, infatti, non si ostinò, come era accaduto a Budjenny in Ucraina, in una difesa rigida e priva di fantasia tattica. Cedette là dove gli sembrava impossibile resistere, ma quando diede l'ordine di ritirata seppe prendere tutte le misure per bloccare il nemico su una serie di linee arretrate di resistenza destinate a fiaccarne la spinta offensiva. Contrattaccò con fulminee puntate quando ritenne di poterlo fare senza esporsi eccessivamente. Reagì alla manovra con la manovra. Approfittò di ogni debolezza, di ogni incertezza, di ogni errore avversario. E quando finalmente, dopo più di un mese di lotta, s'accorse che la spinta nemica s'andava esaurendo e che i tedeschi davano ormai evidentissimi segni di stanchezza, fece scattare le sue truppe in una controffensiva generale che troncò per tutto l'inverno ogni velleità di Hitler e dei suoi generali sul fronte di Mosca al punto da determinare contraccolpi anche in altri settori con la perdita di Rostov, di Tikhvin e di Mariupol. I guadagni territoriali dei sovietici furono, è vero, assai modesti, ma Zhukov non s'era certo prefisso un ambizioso piano di riconquista, lanciando all'attacco le sue truppe sul fronte di Mosca. Quel che voleva e che ottenne oltre ogni speranza, fu di bloccare l'attacco tedesco sulla capitale, di spezzare il cerchio mortale che si andava apprestando fra Kalinin e Tula e di dare a Stalin la possibilità di apprestare durante l'inverno gli strumenti della riscossa. Nel suo proclama del 19 ottobre Stalin non invano aveva detto: « Mosca sarà difesa fino all'estremo, casa per casa». L'inverno, un inverno precoce e rigido, ha già steso la sua coltre bianca sulle immense pianure della Russia. Da Berlino giunge egualmente alle truppe del settore centrale l'ordine di attaccare a fondo verso Mosca. Il piano tedesco, dopo qualche giorno di inutili attacchi di fronte a Viasma, appare diverso da quello iniziale, che prevedeva una penetrazione verso Mosca sulla classica direttrice napoleonica. Ora, con le due puntate su Kalinin a nord e su Tula a sud, sembra che Hitler abbia l'intenzione di giungere all'accerchiamento preventivo della capitale nemica, prima di tentarne l'investimento. La mossa, del resto, è giustificata, poiché i sovietici si trovano avvantaggiati, nella loro battaglia difensiva di fronte a Mosca, dalla possibilità di far affluire nella zona dei combattimenti rincalzi e rifornimenti sia dall'interno dell'URSS sia dagli altri settori del fronte, grazie alla rete di strade e di ferrovie che dalla capitale si irradiano in tutte le direzioni. Occorre troncare questi cordoni ombelicali, per mettere in ginocchio la difesa nemica. successi tedeschi non sono più rapidi e facili come qualche mese prima. I sovietici hanno l'ordine di combattere fino all'ultima cartuccia e di morire sul posto. E' sempre meno frequente, quindi, lo spettacolo un tempo quotidiano delle grosse torme di prigionieri, avviliti ed esausti, incrocianti le ferree colonne tedesche in avanzata. La lotta è durissima, ma i tedeschi avanzano. Anche in Russia, come in Francia e in Polonia, la Flak cioè la contraerea, alterna i suoi interventi contro l'aviazione nemica all'appoggio diretto alle operazioni terrestri. La sua arma più micidiale fu la mitragliera a quattro canne che si rivelò efficacissima nei combattimenti a distanza ravvicinata contro la fanteria. Dopo quasi quindici giorni di combattimento, i tedeschi possono annunciare le prime vittorie sul fronte di Mosca. Il 28 novembre, a nord-est della capitale sovietica, vengono conquistate Volokolamsk e Klin. Volokolamsk è sulla strada Leningrado-Kalinin.-Mosca e la sua occupazione mette in crisi l'intero sistema di comunicazioni fra il fronte nord orientale e quello centrale. Klin, invece, apre la strada alla centrale elettrica di Mosca, ghiotta preda cui tendono con tutte le loro forze i tedeschi. Ma sono successi illusori: appare ogni giorno più evidente che lo sforzo offensivo tedesco è ormai vicino al suo completo esaurimento. Nella foto in alto un combattimento notturno fra la neve, nel paesaggio lunare delle colline del Valdai. In basso la fine di un carro armato sovietico che aveva tentato un attacco di sorpresa notturno contro le linee tedesche. Novembre 1941. Kalinin, centro dei furibondi combattimenti svoltisi a nord-ovest di Mosca. La cittadina avrebbe dovuto essere la base di partenza per l'avvolgimento di Mosca e per la rottura delle linee sovietiche sul corso superiore del Volga, così come da Tula si sarebbe dovuta sviluppare l'azione d'accerchiamento in direzione di Riazan. Fu invece proprio a Kalinin che il maresciallo Zukov iniziò la sua grande controffensiva.Un nuovo mezzo di guerra fa la sua comparsa sul fronte russo. E' il Golia tedesco, cioè un minuscolo carro armato radiocomandato, edizione moderna dei « brulotti » usati un tempo nella guerra navale. Il « Golia » reca infatti, sotto una corazzatura che lo rende invulnerabile ai colpi di mitragliera, una forte carica esplosiva, capace di smantellare il più grosso carro nemico. Esempio tipico dell'ingegno e della capacità tecnica dei germanici, il « Golia » ottenne qualche risultato di rilievo nei primi giorni di impiego ma non fu prodotto in grandi serie perchè si rivelò ben presto facile vittima delle artiglierie leggere avversarie. Aspetti della disperata difesa di Mosca. Mentre le provate truppe sovietiche erano costrette ad arretrare, da tutti i territori dell'immensa Unione affluivano nuove armi, nuovi mezzi, nuove truppe. Le fabbriche avevano lavorato a pieno ritmo per apprestare nuovi tipi di carri armati, di cannoni, di aeroplani capaci, di tener testa a quelli, messi in campo dai tedeschi. Nei campi di addestramento le nuove leve erano state educate alla tecnica più moderna del combattimento. Insomma, proprio quando il colosso sovietico era giudicato quasi da tutti in ginocchio, dietro il fronte s'andava pre parando la grande sorpresa. La sorpresa che solo a un vasto paese, dotato di mezzi inesauribili e di una gigantesca attrezzatura industriale, poteva realizzare e che, allora, fece gridare al miracolo. La famosa cavalleria cosacca ricompare sui campi di battaglia. Il suo apporto è prezioso, per il comando sovietico, sopratutto per i collegamenti e per le azioni di sorpresa che solo questi cavalieri provetti sono in grado di effettuare sul difficilissimo terreno coperto da un manto nevoso di due-tre metri. Nuovi mezzi di guerra messi in campo dai sovietici. Nella foto in alto si nota una batteria di « Katiusha », cioè dei micidiali lanciarazzo a cannemultiple e a tiro rapido che al loro apparire crearono autentico panico fra i tedeschi. I russi usavano le « Katiusce» in grossi nuclei, come quello raffigurato nella foto, concentrando il fuoco su limitati settori del fronte, con massicci effetti distruttivi. Notevole anche l'effetto depressivo suscitato sulle truppe prese di mira. I tedeschi adottarono successivamente una versione della « Katiuscia » a trentasei canne. I sobborghi di Mosca vennero frettolosamente preparati dai sovietici da apprestamenti difensivi nei giorni in cui i tedeschi si avvicinavano alla capitale. Un aereo tedesco, abbattuto dalla contraerea sovietica, venne esposto nella piazza Sverdlov, a Mosca. I sovietici dedicarono molta cura alla preparazione psicologica della popolazione di Mosca, preparandola non soltanto alla resistenza passiva ma anche alla guerriglia. Furono infatti organizzati reparti di operai destinati a difendere stabilimenti e quartieri. Lo slogan più frequente era questo: « Hitler farà la fine di Napoleone! ».
La grande città, popolata all’epoca da oltre quattro milioni di abitanti e ospizio provvisorio di almeno un milione di profughi, non era soltanto la sede del governo sovietico e un grande centro industriale, ma anche il centro vitale della Russia, il suo cuore pulsante, il suo bastione più ferreo. La perdita della capitale avrebbe avuto per Stalin incalcolabili conseguenze; forse avrebbe significato la fine della resistenza organizzata portando al collasso tutto il regime comunista. Ben comprensibile è quindi l'ostinazione di Hitler che volle continuare gli attacchi anche quando ormai ogni speranza di un successo risolutivo era spenta. Eguale giustificazione trova la tenacia di Stalin nel difendere ad ogni costo la capitale. Ma per l'uno e per l'altro Mosca era soprattutto un simbolo. Decisi a lottare quartiere per quartiere, casa per casa, i sovietici avevano trasformato la capitale in un immense campo trincerato. Le artiglierie contraeree russe si dimostrano efficientissime nella Battaglia di Mosca. In una sola azione, su 187 aerei tedeschi che tentavano di bombardare Mosca, 180 furono abbattuti dalle difese sovietiche. In basso a sinistra un reparto motorizzato attraversa le vie centrali, avviandosi al fronte ali combattimento. In alto a destra la vita, a Mosca, è quasi normale, ma dai filobus che li portano al lavoro i cittadini possono scorgere le trincee improvvisate nelle strade. In basso a destra una colonna di autoblinde dinanzi alla città. 7 novembre 1941. Mentre nell'URSS si celebrava l'anniversario della rivoluzione d'ottobre, la situazione di Mosca era drammatica. Tuttavia Stalin, anche contro il parere di alcuni capi militari, decise di distrarre dal fronte molti reparti pur di non rinunciare alla tradizionale parata. Quell'anno, quindi, la grande rivista ebbe un aspetto nuovo, drammatico e orgoglioso insieme, per la partecipazione di uomini che portavano ancora sul volto e nella divisa i segni della lotta. Sotto la minaccia del cannone che tuonava a trenta chilometri e delle incursioni aeree, la rivista durò esattamente sette minuti. Nella foto in alto un disegno sovietico dal vero sulla parata militare. In basso i carri armati dopo la sfilata sulla Piazza Rossa, dinnanzi al mausoleo di Lenin, escono nuovamente dalla città, tornando al fronte. La controffensiva sovietica dinnanzi a Mosca, fin dai primi giorni di dicembre, ebbe risultati positivi, anche se non risolutivi come forse il comando di Stalin aveva sperato. A nord della capitale i tedeschi erano infatti costretti ben presto ad abbandonare Kalinin. Nella foto in_alto soldati sovietici armati di mitra « Parabellum », all'attacco di una formazione tedesca. Nella foto in basso i sovietici riconquistano Kalinin e snidano dalle case i soldati della retroguardia tedesca. La difesa di Mosca si avvia alla conclusione vittoriosa per i sovietici. La reazione aumenta di intensità, mentre il tono dell'attacco tedesco cala. Entrano in linea i cosacchi, che in travolgenti cariche ricacciano il nemico. Nella foto in alto nonostante l'infernale fuoco tedesco la fanteria sovietica si lancia all'assalto. Al centro cavalieri cosacchi riconquistano un villaggio nei pressi di Tula. In basso truppe russe scattano al contrattacco. Zhukov insiste nella controffensiva, mentre i tedeschi, rapidamente riorganizzatisi, prendono posizione nei capisaldi frettolosamente apprestati su una linea più arretrata. Nella foto in alto la cavalleria cosacca carica il nemico. La battaglia di Mosca è ormai vinta, da parte russa, con l'aiuto del Generale Inverno che ha frustrato i piani di Hitler e umiliato per la prima volta l'orgoglio germanico. Ma se Stalin sognava una rapida campagna di riconquista, si sarebbe ben presto disilluso. I tedeschi, infatti, si erano prontamente ripresi, dopo il colpo a sorpresa di Zukov, e avevano apprestato una poderosa linea invernale di resistenza. La neve e il gelo del resto impedirono dopo pochi giorni anche ai sovietici ogni movimento in forze. La lotta, quindi, si arrestò su tutto il fronte, nel gelo, in attesa della primavera.